Io e Steve

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Steve Jobs e le sue conferenze in giro per l’Europa nel 1985

Ho visto da poco il film su Steve Jobs e mi sono tornate alla mente un po’ di cose di quel tempo, quando anch’io ero in Apple a Cupertino, e mi è venuta voglia di cristallizzare alcuni di quei ricordi in queste righe.

Maggio 1985, sono Macintosh International Product Manager e lavoro a Cupertino nella Macintosh Division, business units di Apple Computer inc. Da alcune settimane sono impegnato nella preparazione di un giro di conferenze che Steve Jobs avrebbe tenuto in Europa a giugno; un bel giro per l’Europa in private jet, nelle più belle città come Roma, Parigi, e Londra.

Improvvisamente, nella seconda metà di maggio, la notizia: non esiste più la Macintosh Division. Uno shock, anche perché di conseguenza Steve non ha più alcun ruolo manageriale, pur continuando ad essere Chairman of the board di Apple. Ricordo una riunione plenaria in Bandley 3 (il building della Mac Divison), dove la star è Jean Louis Gassée, che annuncia la sparizione delle sette, la riunificazione di Apple, la nascita della divisione international a Cupertino e, dulcis in fundo la sua guida della unificata divisione di R&D, cosa che tra parentesi avrebbe portato la Apple, dopo il Mac plus e i vari SE, al lancio delle peggiori macchine (si macchine non Mac!) della sua storia, fino a quando non decisero poi di richiamare Steve. La cosa che ricordo meglio, oltre alle tante persone che chiedono di Steve ricevendo risposte democristiane, forse perché vedevo la scena da dietro, è la contrazione muscolare delle natiche di Gassée. Una riunione direi pessima.

Ma volevo dire del giro di conferenze; bene, dopo la “caduta” di Steve, le persone che avrebbero dovuto partecipare fecero tutte “un passo indietro”, a parte me che nel frattempo avevo declinato una posizione nella nuova divisione international e avevo invece accettato il package di uscita che prevedeva il mio licenziamento e la conseguente relocation in Italia, ma non prima di aver adempiuto al mio dovere di accompagnare Steve nel tour. Nel periodo precedente il viaggio diverse persone cercarono di dissuadermi o comunque di prepararmi a gestire un matto; un pazzo secondo loro; un pazzo che però vedeva lontano e che, devo dire, in quel viaggio, con la batosta appena presa, si comportò in modo non solo impeccabile ma umanissimo; cioè era un uomo, una persona normale per certi versi e sicuramente divertente, uno con cui anche discutere seriamente sull’utilità o meno dei bidet (ricordo le parole “what’s wrong with paper?”.

Impeccabile negli speech fatti a braccio, formidabili, a parte la Germania ma ne dirò dopo, da visionario, ma anche concreto. Uno molto bello è stato alla Lund University in Svezia. Ricordo ad esempio che in quel viaggio ha sempre dichiarato che i prossimi Mac avrebbero avuto kernel Unix (ci ha messo un po’ ma poi ci è riuscito!).

Roma, la prima tappa, inizia con uno speech ai giovani imprenditori: sala piena, traduzione simultanea, grande palco con grande tavolo e diverse persone. Inizia il presidente dei giovani imprenditori per presentare Steve; e parla, parla, parla. Nel frattempo io sono in platea e vedo Steve che fatica a seguire tutti quei discorsi, tanto che quando finalmente, dopo 40 minuti, il discorso finisce, non sapendo di avere già il microfono acceso si fa scappare un rassegnato “so many words …”; si accorge del microfono acceso e se la gioca “… to just introduce myself “ seguito da un largo sorriso: sembra funzionare …  il discorso è interessante e la platea interessata.

E poi la cena con l’allora Ministro del lavoro Gianni De Michelis che a Steve piacque molto e che poi ci portò in una delle discoteche dove a quei tempi (era il 1985; governo Craxi) soleva passare le nottate.

Di Parigi ricordo poco, se non una cena con il ministro francese delle poste e telecomunicazioni, dove Steve ha cercato di convincere il ministro a “buttare via” i minitel, che allora spopolavano in Francia ed adottare i Mac per fare meglio per i cittadini … non ce la fece. Ricordo che disse qualcosa del genere: oggi i Mac costano in produzione 506 dollari l’uno, se tolgo il floppy, cambio questi componenti, levo questo e levo quello, possiamo produrli a 290/300 dollari  che vuol dire venderli alla Francia a circa 600 dollari l’uno, ma il ministro rispose che i minitel costavano ancora la metà e a quel punto Steve mollò e si cominciò a parlare del più e del meno, very boring, meno male che almeno la cena era da Paracucchi.

Di Londra ricordo una cena surreale (per me) con Steve, Richard Bradson e Douglas Adams (quello della guida galattica per autostoppisti) dove assorbivo affascinato i discorsi dei tre sui futuri più pronosticabili; la grande differenza tra i tre che ho notato era che Douglas parlava di quello che sarebbe potuto succedere, mentre Steve e Richard parlavano più di quello che avrebbero fatto succedere con i loro contributi. In effetti oggi è successo quasi tutto, ma anche di più (il quasi è per le visioni di Douglas, che in effetti erano un po’ più estreme).

Ricordo anche il tentativo di Steve di acquistare 6 camice in Jermyn Street da quello che doveva essere il più rinomato camiciaio del Regno Unito: una scena stupenda. Steve che voleva ordinare le camicie a qualsiasi prezzo e il commesso che rifiutava di prendere l’ordine – non possiamo Sir, non riusciremmo a fare le sue camicie prima di 6/8 mesi; in questo periodo le sue misure potrebbero cambiare e lei potrebbe poi non essere soddisfatto … – e Steve che insisteva dicendo che non avrebbe cambiato le misure, non sarebbe ingrassato e che anche nel caso il problema sarebbe stato suo e non loro. Non ci riuscì ed uscì dal negozio borbottando che il Mac forse a te non lo vendeva perché se poi non ti trovavi bene con il mouse magari lo avrebbe ritenuto responsabile e comunque  mumble mumble … insomma, non ci poteva credere che questi si rifiutassero di vendere i loro prodotti.

Di Monaco di Baviera ricordo purtroppo quasi tutto: siamo arrivati, siamo passati all’hotel per lasciare i bagagli e subito  alla Biblioteca Nazionale dove ci aspettavano per la cerimonia di donazione di UN Mac, alla Biblioteca per l’appunto. Ci era stata preannunciata un’audience di livello, la stampa, un po’ di spettatori spontanei e a Steve era richiesto uno speech e il gesto fisico della donazione. Quello che ci siamo trovati: la direttrice dell’istituzione, 5/6 persone di Apple Germany, un fotografo (assoldato da Apple) e … e basta. Ricordo Steve chiedere alla General Manager locale “that’s all?” … al che questi si consulta con la responsabile PR, questa fa due telefonate … insomma passa qualche minuto e la risposta è che si, non sarebbe arrivato nessun altro e che si doveva procedere perché la direttrice aveva altri impegni dopo. Bene; Steve è salito su un podio posto nella grande hall dell’edificio e “Grazie per essere qui; in questa circostanza credo che uno speech di 3 minuti sia adeguato … “ poi parlò per 3 minuti davvero puntando sul fatto che non sapeva spiegarsi come mai proprio in Germania con la cultura della concretezza il Mac, che attraverso le icone concretizza dei concetti informatici, non avesse un’entusiastica accoglienza. Donò il Mac e andammo negli uffici della sede tedesca; lì Steve ha lisciato il pelo a tutti per un’oretta. Ricordo che ha iniziato con “it’ going quite shity here, ah?!?”. Poi si rivolge a me e mi dice “Andiamo a Firenze, subito, cerca il pilota e diglielo”: Ecco questa non era esattamente una easy task. Non c’erano i cellulari e non è stato facile trovare il pilota, inoltre Firenze non era prevista nel viaggio e quindi nei piani di volo; e poi a quel tempo, l’aeroporto fiorentino non era attrezzato per gli atterraggi in notturna, per cui non è stato semplice, ma ce l’abbiamo fatta.

A Firenze Steve stava bene, l’ha sempre amata. E poi eravamo in jeans, maglietta e scarpe da ginnastica, nessuno ad accoglierci: finalmente liberi! Andiamo in centro, Steve spaventa un bimbetto che indossava un pin con la melina colorata con un improvviso “look at this !!!” e acchiappando il bimbetto per il bavero della giacchettina per farmelo vedere. Poi andiamo a cena e poi si fa tardi, e poi non abbiamo voglia di cercare un albergo tanto alle 7 della mattina dopo avremmo dovuto partire per Francoforte da dove avremmo preso il volo commerciale pere San Francisco. Per cui ci incamminiamo verso l’aeroporto (a Steve piaceva camminare, a me decisamente meno) dove arriviamo a notte tarda: chiuso! Però dentro c’è della luce e busso. Dopo un po’ arriva il custode in canottiera, crede a quello che raccontiamo – dobbiamo partire alle 7 di domani mattina con quel Jet li fuori – e non solo ci fa entrare, ma ci da anche due brandine da campeggio su cui dormire. Ci sveglia il pilota, impeccabile nella sua uniforme che al confronto noi sembriamo due barboni, ed andiamo insieme all’aereo. E poi a Francoforte e poi a San Francisco. Siamo tornati a casa. Beh io mica tanto, visto che dopo 15 giorni avrei lasciato la California per tornare in Italia con mia moglie.

In qualche modo quel viaggio aveva creato un legame; ci vedemmo un paio di volte prima del mio rientro in Italia con le rispettive compagne, poi diverse volte a Milano, in occasione delle sue visite in Italia, ma anche tutte le volte che io andavo a Cupertino (si, perché poi in Italia sono rientrato in Apple, ma quando è rientrato lui io non c’ero più) e poi abbiamo continuato a scriverci rare email, fino alla sua malattia, quando ha smesso di rispondermi e io ho smesso di scrivergli.

Quando è morto ho pianto più per l’amico che per il genio.

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